Dagli al freelance

A volte ci si casca. Anzi, per colpa della velocità che consente il mezzo, ci si casca quasi sempre. Si legge una cosa, la si rilancia, commenta o ci si indispone nei confronti di un altro commento, analisi, presa in giro – che siamo nell’era nella quale in rete, più si è cinici e sarcastici e più si è stramaledettamente cool. A me è capitato con l‘articolo di Francesca Borri che ha scatenato l’inferno in rete – qui è tradotto in italiano su La Stampa. Brava, eroina, genio, siamo tutti con te, alé oh oh. Pietosa, lacrimevole, a lavorare…, che ci vai a fare sotto le bombe se non ti pagano? Chi sostiene commuovendosi e spellandosi le mani,  le ragioni della freelance che guadagna quattro soldi scrivendo da zone di guerra, viene ignorata dalla direzione del giornale per il quale scrive e si indigna perché le scene che osserva e prova a raccontare non fregano a nessuno. Chi ci spiega che il mercato dei media è in crisi e se non porti visite al sito o non fai aumentare le vendite, meriti i 70 euro a pezzo – Siam mica qui a informare gli italiani! C’è poi l’aspetto autobiografico che non va giù: il lamento piagniucoloso di chi si fa il mazzo e blah, blah che fa tanto deputato grillino che sventola la laurea in aula.

La verità sta sempre in mezzo. E come Follini, Casini e Monti quasi non si vede più. E in questo caso non importa troppo se Francesca Borri sia una che si piange addosso, abbia scritto un bel reportage di guerra o un pezzo lacrimevole da volontario di Emergency (con tutto l’enorme rispetto per il volontario, che di mestiere fa un’altra cosa). Dopo tre anni da freelance e due negli Stati Uniti qualche idea me la sono fatta. Anche se spesso scivolo nell’autocommiserazione. In fondo ho scelto di partire, ho preso dei rischi e provato a fare un lavoro che prima facevo da giornalista assunto a tempo indeterminato. Ma siccome c’è il mercato e mi hanno licenziato ho provato a continuare così. E’ andata molto bene e molto male. Molto bene: ho scritto quasi un pezzo al giorno, collaborato con testate italiane e non, parlato alla radio e in Tv. Molto male: non si sopravvive nemmeno scrivendo un pezzo al giorno. E si viene pagati con una media di sei mesi di ritardo. Pubblico, il giornale fondato e chiuso da Luca Telese credo mi debba 2mila euro. Che con ogni probabilità non vedrò mai. Come per le imprese che lavorano per lo Stato, le tasse, le bollette, l’affitto, i pannolini non aspettano la lentezza delle amministrazioni delle società editoriali. Non fare questo lavoro allora! Giusto, ci sto quasi rinunciando. Resta che a fare questo lavoro da dipendenti c’è una massa di gente che costa alle società editoriali delle cifre senza senso.

Un po’ di polemiche si sono appuntate sul tema freelance. C’è un equivoco. A volte i freelance non sono tali. Sono giornalisti con la speranza di trovare un contratto (a volte succede, l’ho visto con questi occhi), ex giornalisti dipendenti, giovani che vorrebbero e che si indignano per la povertà in un posto X, il razzismo in un post Y, i palestinesi, i Sem Terra, gli iracheni, le vittime del bieco imperialismo Usa… A volte questo li porta a spingersi in posti interessanti e raccontare delle cose. Raramente fare il freelance, se si è bravi nelle relazioni, capaci, si sceglie il posto giusto, è sostenibile economicamente. Polemizzare con chi accetta 70 (50) euro è però sbagliato. Quelle tariffe sono basse, troppo basse. Un giornalista dipendente che costa 5mila lorde al mese (è una stima molto al ribasso) dovrebbe scrivere 71 articoli per guadagnarsi lo stipendio – 2,4 al giorno. Si d’accordo, c’è la macchina. Ma non la fanno tutti. L’articolo viene pubblicato – credo – dalla Columbia Journalism Review proprio per queste caratteristiche. Perché sul mercato dei freelance americano o europeo questo modo di usare i giornalisti indipendenti è impensabile. Usatene meno, scegliete i migliori, comprate solo storie speciali invece di far fare il lavoro quotidiano. E poi pagateli molto. Così avviene altrove. Così si ottengono interviste esclusive, scoop, inchieste, reportage lavorati come si deve. E così si eliminerebbe quel sottobosco di wanna be giornalisti che si illudono di vendere articoli perché valgono – e non perché costano poco e riempiono spazi.

Poi c’è l’aspetto informazione. Sui giornali e sui siti italiani manca. Non ci sono le notizie internazionali. Sarà snob, ma ho come l’impressione che darne sarebbe utile a capire qualcosa del mondo e di cosa gli stia capitando. Svecchierebbe il nostro dibattito politico…blah, blah, blah. In rete, invece, mi pare prevalere la chiacchiera cool, l’analisi del semi-nulla e l’autoreferenzialità – come del resto prova questo post. Sei figo, sei meglio te, sei un poveraccio, grandissimo. Il forum grillino solo che più cool.

PS Queste, come potrebbe essere altrimenti, sono osservazioni di un freelance frustrato.

PPS rispondere alle mail dei freelance sconosciuti che ti propongono una cosa fa parte del lavoro di chi sta in redazione. Si viene pagati tanto anche perché toccano delle corvèe spiacevoli. Quando ero caposervizio lo facevo. Anche per spiegare loro che il mio editore non li avrebbe mai pagati.

3 thoughts on “Dagli al freelance

  1. I post che sto leggendo in rete scritti da altri giornalisti, freelance o come preferisci essere chiamato, di fatto mi sconvolgono…1, per come vi saltate al collo reciprocamente 2, per come siate comunque sempre centrati su voi stessi… Io lavoro in un’organizzazione umanitaria (e mi permetto di farti notare che non si tratta mai di volontari, sono tutte persone con professionalità precise, ben preparate che vanno in questi posti per mettere a disposizione i propri saperi e le proprie competenze, non per raccontarla la morte, suggellata dalla propria firma in fondo a qualche riga, ma, nella maggior parte dei casi, per evitarla nell’anonimato) e tutto questo vociare mi sconvolge…

    Che cosa c’è di strano se una giornalista racconta se stessa in un contesto di guerra? Le date tutti addosso, ma ha reso molto più lei il senso di assurdo della guerra in Siria (che conosco bene per il lavoro che faccio) che mille articoli letti in giro… A volte voi che avete scelto di fare questo lavoro credete che la vita, quella che lei racconta, non abbia a che fare con il giornalismo… e non fate che produrre altre pagine vuote (che verranno dimenticate il giorno dopo quando saranno altre le stragi e altri i fatti alla ribalta), con elenchi di morti e numeri, come se quelle persone non fossero state vive, come se delle vite non fossero state sconvolte, o come se a voi non riguardasse, se non aveste visto o vissuto…

    • Evidentemente sono un pessimo freelance. a) non sto commentando l’articolo, cerco proprio di non farlo dicendo che di solito ci si divide in tifosi. Sostengo piuttosto che il tema (il rispetto da parte delle redazioni e i pagamenti) sia cruciale, a prescindere dal contenuto, dalla qualità. quella, se non c’è, basta non comprare l’articolo, ma quando lo si compra va pagato. b) ho lavorato anni per e con organizzazioni umanitarie prima di fare il giornalista. semplicemente, e qui c’è un equivoco su cosa sia l’informazione e a cosa servano le notizie: tra il racconto di un volontario e un reportage che fa la verifica delle fonti, scrive le notizie in ordine, legge altre cose, ecc ecc. c’è una differenza. Non che uno sia meglio e l’altro peggio, sono due cose diverse. I volontari scrivono un diario, i giornalisti no. Oppure lo fanno su un blog, come questo, dove appunto parlo del mio lavoro e non solo di america come negli articoli

  2. A me la notizia di quell’articolo sembra che in Siria si pagano 50 dollari per dormire una notte. No Alpitur? Ahi ahi ahi…

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