Diseguaglianze, invalidi e altre storie

o01_58590925Il tema è semplice: la diseguaglianza. Negli Stati Uniti se ne parla da quattro anni a questa parte. Da quando cioé è scoppiata la crisi dei mutui subprime. Da quando il tema è diventato centrale abbiamo finalmente cominciato a capire che non si tratta di una novità causata dalla crisi. Ci sono le serie di dati sui salari e altre misurazioni di vario ordine e grado. L’ultima è quella del Brookings institution (Rising Inequality, Transitory or permanent?) e aggiunge alcune cose. Un’indagine sulle dichiarazione delle tasse di 20 anni mostra che la diseguaglianza è infatti permanente e non oscilla con l’economia. Certo, le crisi aiuteranno pure, ma a guardare i numeri la novità sta nel fatto che c’è una curva dei redditi da lavoro (soprattutto degli uomini, perché le donne dal ’79 a oggi hanno conquistato posizioni) che cala in maniera costante. Mentre i ricchi diventano più ricchi. Il tema è importante perché segnala che chi diventa povero (o meno benestante) ci rimane. Non si tratta di formarsi, adeguarsi, cambiare lavoro. C’è un segmento della popolazione i cui redditi dipendono dal lavoro e basta che è diventato più povero ed è rimasto tale per il resto della vita.Il che significa meno soldi per gli studi dei figli, peggior qualità della vita, meno sicurezze. Lo studio spiega anche che la progressività del sistema fiscale aiuta ad attenuare le diseguaglianze che altrimenti sarebbero molto più grandi. Il paper è l’ennesima prova della necessità di produrre lavoro buono e ben retribuito. Negli Usa, come in Italia e in altri Paesi d’Europa, la crescita occupazionale tende infatti a essere legata a settori che non pagano bene (servizi alla persona, sanità, costruzioni, ristorazione, pulizie, call-center, etc.).

A questo proposito, ieri su NPR, la radio pubblica americana, mandavano un reportage di Chana Joffe-Walt lungo e di enorme interesse (qui lo ascoltate, lo trovate trascritto, con foto, piccoli video). Negli Stati Uniti aumentano i disabili e coloro che richiedono la pensione di invalidità. La curva delle domande mostra che questa cresce al crescere della disoccupazione. Il reportage si occupa di tutti gli aspetti diversi, dall’industria dell’invalidità (avvocati, ecc.) ai bisogni veri. La giornalista ha visitato le contee dove ci sono più domande. Diminuisce il numero di persone che ricevono i benefit per ragioni come l’infarto e aumentano quelli con il mal di schiena. “Anche io ho mal di schiena e il mio capo ha l’ernia. Ma non ci sogneremmo di chiedere la pensione” dice. Già, ma nelle contee dove le domande sono molte non c’è lavoro non manuale. Nella Hale County, ad esempio, c’è una fabbrica che lavora il pesce. E basta. Guardando gli annunci si tratta di lavori nei fast-food, nel facchinaggio, trasporto e, appunto, da operai. E chi ha mal di schiena non ce la fa. La giornalista chiede a una donna: “Che lavoro ti piacerebbe fare?”. “La impiegata della pensione di invalidità”. Come mai? Perché sta seduta. Chiacchierando si scopre che quell’impiegata è l’unica persona con lavoro da ufficio con cui la donna ha mai avuto a che fare. E quello le viene in mente come il massimo del massimo. La pensione di invalidità, in aree in cui chiudono le fabbriche o c’è solo McJob diventa insomma il paracadute per i poveri o gli ex lavoratori. Come in Italia ma senza clientelismo, truffe e voto di scambio. Un medico che fa le visite nella Hale County spiega: “Quando i visito chiedo anche che scuole hanno fatto. Se non sono andati oltre la primary (otto anni) e hanno guai fisici non troveranno mai lavoro da queste parti”. Il servizio aiuta a capire meglio cosa ci sta raccontando Brookings. Più povertà senza mobilità verso l’alto – senza neppure lo spazio perché sia possibile salire i gradini – comporta anche più dipendenza dal welfare e dagli altri. Pagare il giusto è quindi anche una misura contro il deficit. Spiegatelo a Monti o al prossimo che riuscirà a guidare un governo in Italia.

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