Obama e i rotoli del Mar Nero

imagesDomani Obama sbarca a Tel Aviv. Non sarà un viaggio trionfale, non nel senso che porterà davvero qualche risultato reale nella vicenda che da più tempo attende di essere affrontata, quella delle relazioni israelo-palestinesi. O meglio, la questione palestinese. Non c’è un piano, non c’è una road map e gli Stati Uniti di Obama non sembrano avere questa tra le priorità. Vedremo cosa succederà con il nuovo Segretario di Stato Kerry. C’è un nuovo e inedito governo israeliano, guidato dal non amico Bibi Netanyahu, più debole che due mesi fa, e composto anche da partiti favorevoli agli insediamenti. E c’è il fatto che Obama è stato a lungo criticato per non aver fatto il pellegrinaggio dall’alleato per eccellenza. Come se il viaggio fosse dovuto. Come fa notare Daniel Levy su Haaretz solo da Bush in poi i viaggi dei presidenti (pochi, in realtà) sono diventati materia di politica interna americana e non legati al tema degli equilibri in Medio Oriente e del processo di pace. Il consiglio di Levy è quello di giocare alla politica interna israeliana, cercare relazioni nuove, spingere e investire su qualche nuovo attore dello scacchiere politica israeliano – uno dei pochi, aggiungo io, a rivaleggiare con l’italiano per complicazione, bizantinismo e mancanza di senso delle proporzioni.

Qui il video di presentazione dal sito della Casa Bianca. Si dice che il vero punto del viaggio sono il discorso franco e diretto con gli israeliani e la cena con Perez. Insomma, la relazione, non la diplomazia.

Per riuscire nell’impresa, Obama dovrà convincere gli israeliani di non avere pregiudizi pro-arabi – come i repubblicani e Netanyahu hanno cercato di far passare per anni, furbescamente e approfittando delle prese di posizione sulle primavere arabe. Non dovrebbe essere difficile. Peter Beinart su Daily Beast sostiene però che Obama dovrà anche minacciare Israele: se non la si smette con gli insediamenti e con il conseguente affossamento della soluzione due popoli-due stati, l’America comincerà a togliere il suo appoggio. Qui un bell’articolo di Hussein Ibish che rispiega perché gli insediamenti sono illegali. Troppa gente in territorio palestinese diventa difficile da spostare, come scoprì Sharon qualche anno fa e da allora gli insediamenti sono cresciuti enormemente.

Obama, insomma, in questo viaggio può seminare, non portare a casa risultati. Poi, serviranno diplomazia, pressioni e servirebbe un Europa un po’ meno assente di quella rappresentata da Tony Blair. Obama sarà anche nei Territori e in Giordania e ovunque farà concessioni nei discorsi. A quattr’occhi però parlerà probabilmente si aiuti ai palestinesi e di Siria e Iran con gli israeliani. Cercando di convincerli a stare calmi sull’Iran e rafforzando la cooperazione sulla Siria. Questo sembra essere il quadro. Qui un’intervista del Cfr al proprio esperto Robert Danin sul significato del viaggio. Non ci aspettiamo sorprese, anche se averne non sarebbe un male. E ricordiamo che gli Usa di Obama sono stati costretti a occuparsi di Medioriente mentre sarebbe stata loro intenzione dedicarsi molto di più al Pacifico. La Libia è l’esempio perfetto. Il problema è che il Mediterraneo resta un casino e che l’Europa ha molte politiche estere e, in questo momento, è presa dai suoi guai enormi.

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