La grande rivoluzione culturale del M5S

cina20aCi torno. Anche se divento ripetitivo. Più passano i giorni e più mi pare che il Movimento 5 Stelle incarni – nello spirito, non nei contenuti – qualcosa di simile al Tea Party del 2010 negli Stati Uniti. Qui c’era Obama presidente nero (che non piaceva ad alcuni), c’erano poteri forti che soffiavano sulla protesta e contribuivano ad organizzarla e c’è un sistema politico-istituzionale che per quanto si parli a ogni ciclo politico di terza forza, resta saldamente nelle mani di due partiti. La spinta anti sistema politico incapace di produrre risultati, l’idea del popolo che fa per conto proprio, l’odio viscerale nei confronti della classe politica, le leggende che circolano e le iperboli che si usano però sono qualcosa di simile. Una forma estrema di rigetto del sistema in tempi di crisi in assenza di un’ideologia strutturata e forte di quelle in stile 900esco. Populista, non tradizionale e non autoritaria – almeno a parole e nelle dichiarazioni di intenti. Più di tutti i grillini, somigliano alle truppe di Ron Paul, i giovani entusiasti del loro leader che fa discorsi immaginifici, propone soluzioni di buon senso (poche) e completamente sballate (altre, come abolire le Nazioni Unite) e fornisce un forte senso di identità ai suoi. Che sono allo stesso tempo anti guerra, per la liberalizzazione della marijuana, contro l’aborto e per una società degli individui dove lo Stato quasi non esiste. E che spesso, come altri dei Tea Party, credono a teorie del complotto bislacche. La questione, lo ripeto, non è quella dei contenuti, ma il cocktail di messianesimo, fiducia totale nelle proprie idee, leader, gruppo, strumenti. Attenzione: dal 2010 gli eletti sulla scorta di quell’ondata rendono impossibili i compromessi con l’amministrazione Obama sulla base di battaglie di principio assolute (le tasse non si alzano mai). Stanno perdendo forza e slancio, sembra, ma il tema di una pattuglia di eletti immacolati e puri somiglia anch’esso alla situazione italiana – anche tra i senatori Tea Party ci sono quelli che sono attai accusati di tradimento per aver espresso voti di compromesso.

Sul fronte degli strumenti dell’organizzazione l’M5S somiglia più ad Occupy Wall Street, con la differenza che per il movimento americano la fiducia nella rete e l’autorganizzazione non hanno un’eterodirezione, un centro e dei portavoce, ma sono davvero nodi partecipati, talvolta lenti a decidere e a funzionare proprio per la mancanza di centro, talvolta efficacissimi come durante l’emergenza affrontata attraverso OccupySandy. Sempre orizzontali: criticano la democrazia rappresentativa ma uno vale uno, sempre.

La grande differenza con il Tea Party del M5S, almeno nella sua parte militante – sugli elettori il discorso è più complesso, le spinte che si sommano sono davvero tante – è l’età. Il Tea party era un movimento anziano, rivolto a un passato che forse non è mai esistito, un’età dell’oro in cui tutti si stava meglio e il futuro era radioso – anche perché si era giovani. L’M5S invece è più giovane ed è una forma peculiare della rivolta che attraversa i Paesi in crisi da due anni a questa parte, non si è mai stati bene e il futuro non è mai stato radioso. E la politica è stata sempre un teatro dai toni accesissimi – pro e contro Silvio – ma sempre incapace di produrre risultati. E’ forse così che si spiegano la rabbia e la frustrazione che emergono dai militanti puri del M5S all’indomani del voto per i presidenti delle Camere. Nei commenti sui social network e sul blog di Beppe Grillo quel che emerge è una frattura tra elettori – una parte di essi, almeno – e militanti. Maiuscole a go-go, richiami alla fucilazione dei traditori, rinnovo del disprezzo nei confronti di qualsiasi cosa non sia espressione di un movimento puro. Una furia moralizzatrice nella quale il messaggio positivo che a volte emerge dai discorsi di Grillo scompare.

Più leggo questi commenti e più mi vengono in mente due cose che non hanno nulla a che vedere con gli Stati Uniti: Rifondazione comunista nel 1996 aveva ottenuto un ottimo risultato elettorale, era in qualche modo anti-sistema, Bertinotti nominava temi che nessuno toccava e i giovani nelle metropoli lo votarono. Certo, rifondazione non raccoglieva una spinta e uno sdegno così forti, ma una protesta più tradizionale da parte di soggetti nuovi appena nati – la prima generazione dei precari, i centri sociali vivono la loro  stagione creativa pure negli anni 90. Il rischio di una somiglianza pero c’è: il voto dei presidenti delle Camere è stato per M5S quello che per PRC era il primo governo Prodi. Ci si spacca, scanna, divide per l’anima del partito contro il mondo. L’altro parallelo è più estremo, ma i toni di certi commenti fanno venire in mente la rivoluzione culturale in Cina: la casta dei burocrati, che vanno umiliati e offesi, il libretto rosso (il pdf del programma e il regolamento) e la promessa di punizioni esemplari per chi tradisce lo spirito del popolo per mano delle guardie rosse. Sto esagerando, certo. Le reazioni sono pure il frutto dell’abitudine alle iperboli che hanno caratterizzato la politica italiana negli ultimi 20 anni. Se c’è il pericolo comunista, se gli immigrati sono come conigli da prendere a fucilate, se Berlusconi è il diavolo, beh, perché i senatori non devono essere dei traditori?

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