Affinità e divergenze tra Obama e Grillo: campagne e anti-politica

Y3jfki9GTQyPDHKUGG_ejgNel 2008 un giovane senatore democratico, Barack Obama, si presentò alle primarie democratiche. Utilizzando la rete e ingaggiando tecnici che avevano elaborato piattaforme per la raccolta fondi nelle primarie precedenti perse da Howard Dean, partì subito molto forte. Prima di presentarsi, il giovane senatore aveva fatto un tour per il Paese presentando il suo The audacity of hope e venendo accolto ovunque da folle di giovani entusiasti. Lo vidi nel 2006 a New York, rimasi impressionato, lo scrissi settimane prima della candidatura. Nei mesi Obama costruì la sua campagna delle primarie parlando di cambiare, bombardando l’establishment di Washington “che non vuole cambiare nulla” ma anche lanciando un messaggio positivo. Da li partì costruendo una campagna partecipata e allo stesso tempo controllata dal centro in maniera ossessiva. C’era un messaggio positivo, c’erano volontari, c’era la tecnologia per connetterli e comunicare, c’era la critica alla casta. Sounds familiar? A modo suo lo è. Due anni dopo, in piena crisi e con i democratici al potere e un Obama senza abbastanza coraggio, il partito repubblicano vinse grazie alla spinta del Tea Party un movimento anti-establishement e anti-Stato che mobilitava pezzi di America profonda, si connetteva in rete ma non aveva un centro e veniva finanziato dall’alto da gruppi di miliardari coordinati da Karl Rove. Due anni dopo ancora la crisi cominciava a passare e Obama cambiò molta parte dei suoi geeks – pur tenendosi accanto il fidato Plouffe e lo stratega Axelrod – i tempi cambiano e nuove idee servono. I modelli e i numeri usati vennero raffinati, i contenuti bilanciati, il tono epico prese il posto di una retorica più sobria. Continuarono le critiche al Congresso e al modo di lavorare di Washington. Leggendo lo scontento della sua base più attiva e utilizzando piattaforma della Casa Bianca e della campagna per interagire e sentire gli umori, il presidente fece aperture radicali su matrimonio gay, gay nell’esercito e riforma immigrazione. Utilizzando dati, interazione, politiche e organizzazione di volontari in carne ed ossa, Obama ha rivinto le elezioni. Una mano a Obama l’ha data Occupy Wall Street, non direttamente, il quadro politico è molto diverso, ma facendo cambiare il tono del discorso: dalla retorica contro le tasse a quella contro le banche, la finanza, l’1%. In tutti questi anni cambiava progressivamente il modo in cui gli americani si informavano sulle elezioni: più internet e sempre meno Tv generalista. Ciascuno, anche in TV, sceglieva contenuti che gli piacevano: la destra guardava Fox, la sinistra Msnbc.

Tutte cose stranote, scritte da mille. Il parallelo con il voto italiano di ieri però c’è. Le elezioni le ha vinte chi ha bombardato l’establishment – e in questo Berlusconi è grandissimo a essere allo stesso tempo il presidente e l’anti-Monti, a far votare una parte degli italiani contro i loro interessi, proprio come i repubblicani nel 2010. Sul fronte opposto il modello Grillo è un intreccio di partecipazione, uso della rete e controllo centralizzato, messaggio anti establishment (sacrosanto, per carità) e retorica contro la crisi generata dalle banche. Tutto questo per dire che? Che abbiamo assistito a una campagna di tipo nuovo, che il modello M5S non è unico, unica è la realtà nella quale nasce, in un contesto in cui la politica è squalificata e il quadro politico fluido da 20 anni – Berlusconi ha cambiato nome al partito, il Pd nasce pochi anni fa, la Lega è passata da essere amica a nemica e di nuovo alleata di Silvio, la sinistra si è spaccata, divisa, riaggregata e così via. Negli Usa il quadro è fisso ma dal 2006 fino al 2012 perde chi comanda e vincono molti candidati sui generis. Quel che resta da capire è se centrosinistra saprà imparare qualcosa e se l’M5S deciderà di fare come Obama – rinnovare, cambiare senza strappi – o tirerà la corda fino a quando non si rompe, come ha fatto il Tea Party.

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  1. Pingback: Grillo in America | Short Cuts America

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