La corsa agli Oscar dello Shin Bet

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Stanotte ci sono gli Oscar. Storia recente e antica americana si sfidano probabilmente per il miglior film. Schiavitù (Django e il favorito Lincoln) contro tortura e bin Laden. Vedremo. L’interesse politico di questa nottata di premi è però altrove, nella sezione documentari. Due doc israeliani in gara. 5 broken Cameras è in realtà palestinese – ma il Paese si sa non esiste – e racconta la storia delle proteste pacifiche del villaggio di  Bil’in contro l’occupazione e i coloni. Molto più importante è però l’altro film: The Gatekeepers, una storia recente di Israele attraverso le parole di tutti i capi ancora in vita dello Shin Bet, i servizi di sicurezza interni israeliani. Personaggi che hanno deciso della vite e della morte si confrontano con il ruolo che hanno avuto, con i loro successi e fallimenti, con gli eccessi, le decisioni al limite del legale. E soprattutto con l’efficacia storica della loro azione. Il film è bello, illuminante e queste figure raccontano una realtà mai sentita così. Dura e orribile come è quella della guerra.

E’ giusto fare omicidi mirati extra-giudiziali (una domanda che vale anche per Obama)? Forse, ma una volta cominciato diventa come “un nastro trasportatore”, ovvero non si valuta più attentamente, si fa e basta. Tutti sono per trattare, “anche con Ahmadinejad, così io scoprirò che lui non mania il vetro e lui che io non bevo petrolio” dice il duro della storia dello Shin Bet, Avraham Shalom, uno che prima aveva detto “nella lotta al terrorismo dimenticati della morale”. Lo stesso Shalom paragona l’occupazione israeliana a quella tedesca “non sto parlando degli ebrei e dello sterminio, ma della Polonia o della Francia”. Un altro dice “stiamo rendendo la vita di milioni di persone insostenibile” dice Carmi Gillon. Yuval Duskim, che ha guidato i servizi fino al 2011 spiega di aver capito, durante un colloquio con una controparte palestinese che “quel che per me è un terrorista per lui è un combattente per la libertà. E viceversa”. Le frasi dalla portata enorme sono tante. La valutazione complessiva è che Israele sta perdendo la sua natura e che la politica non ha più un’idea di dove andare. E accetta lo status quo. Ce n’è per i coloni, il potere dei religiosi. E c’è una interessante ricostruzione di alcuni episodi chiave. Compresa l’escalation che ha portato all’assassinio di Ytzak Rabin, il più catastrofico fallimento dello Shin Bet. E la fine di ogni prospettiva di pace, causata da odio religioso. In sostanza e senza farla troppo lunga: pochi film israeliani sono stati candidati agli Oscar. Dal 2006 le cose stanno cambiando e a parlare di Israele non c’è solo Munich ma una rappresentazione complessa della realtà. La stessa che a volte, quando viene rappresentata in Europa in maniera equilibrata (non mi riferisco a  posizioni di certa sinistra inutile) viene tacciata di anti-semitismo. Qualche anno fa fu Valzer con Bashir, oggi è la volta di due documentari. E’ un bene. Per Israele e per la Palestina. Un ultima cosa: Israele, con questo film, dimostra di essere un Paese democratico. Dov’è che i capi dei servizi criticano tanto apertamente la politica e arrivano a dire cose tanto coraggiose?

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