La burocrazie per poveri (uno sguardo da dentro al welfare Usa)

01-welfare-exit-freerangestock-01In fila allo sportello dei servizi sociali di Jersey City, in un palazzo in mezzo al nulla circondato da parcheggi, ci sono due categorie di persone: i derelitti e i quasi derelitti. E poi noi e qualche altro genitore che non se la passa troppo bene. Nostra figlia è nata da poco, non abbiamo un’assicurazione americana e quindi lei ha diritto a MedicAid, che copre e rende le cure completamente gratuite per poveri, bambini e donne incinte. Naturalmente la copertura dei poveri è la peggiore, mentre per le altre due categorie le cose vanno meglio: tutto ridotto all’osso e un rapporto con il pediatra non esattamente intimo, ma c’è tutto quel che serve. Bene, al palazzo dei servizi pubblici si accede dopo aver passato il metal detector, che dentro le pistole sono vietate. La prima fila allo sportello serve a farsi dire cosa devi fare e setirsi rispondere che “devi andare allo sportello 1”. Qui, dopo 10 minuti di fila, si fanno ripetere cosa devi fare, scrivono una nota su un foglietto, commentano sul tuo caso (cognome e nome sbagliati sulla tessera sanitaria) e ti dicono: siedi la, torna qui tra un’ora. La sala sembra quella degli uffici pubblici italiani peggio messi. Ormai nemmeno in Italia ce ne sono più così: neon, niente sui muri, un altoparlante ce chiama i nomi a un volume eccessivo. La signora che li chiama ha una voce troppo alta e l’aria di chi è scocciata. In sala c’è tanta gente: 50% afroamericani, 30% ispanici, 10% arabi e mediorientali e 10% white trash, bianchi in tuta, con la pelle bianca di chi non esce mai di casa e fuma molto. O prende psicofarmaci da una vita. Stanno seduti, mangiano merendine, si trascinano, parlano spagnolo con gli impiegati. Qui, l’immagine della prima potenza economica mondiale è piuttosto quella di un Paese decadente, malaticcio, grasso, sdentato e che cammina male. Nonostante a Jersey City vivano molti indiani, qui non ce n’è praticamente nessuno: segno che hanno tutti dei lavori che garantisono l’assicurazione. Dal subcontinente iene solo un anziano pakistano con la barba lunga del devoto musulmano che impreca contro l’impiegato e cerca solidarietà. Dopo un po’ lascia perdere e si rassegna anche lui. Tutti aspettano almeno un’ora. Se a fare la fila ci fossero bianchi (o altro) e allo sportello personale così inefficente, le proteste fioccherebbero. Qui, invece, non ci sono cittadini, ma percettori di servizi che non devono alzare troppo la testa. E’ l’idea di welfare dei poveri. Un’idea sbagliata proprio perché se i servizi non sono per tutti: sono solo per chi non li può pagare e, quindi, non gioca un ruolo attivo: aspetta, si trascina, accetta di passare il proprio tempo in fila. Negli Usa MedicAid è un programma in crescita: dopo la crisi gli utenti sono diventati 52 milioni e un dollaro su 5 della spesa sanitaria è speso in questo programma. I poveri sono i beneficiari nel 40% dei casi, ma sono i bambini a ricevere più soldi (per loro, i disabili e le donne incinte i benefici sono di più).

Negli Usa la sanità privata extra-assicurazione ha costi assolutamente folli. Una ecografia può costare mille dollari, una pulizia dei denti altrettanto. In Italia pagare cento euro è caro. E gli studi privati italiani non sono delle oper pie. Tutt’altro. Qui i medici hanno spese di assicurazione – non è raro vedere pubblicità in Tv che invitano a class-action contro ospedali o studi medici. Ma no è questo il problema: assicurazioni e ospedali sono un cartello di fatto. I costi amministrativi Usa nel 2011 erano di 900 dollari a persona, in Francia di 300. I costi ammiistrativi sono quelli delle assicurazioni: per un rimborso ci sono già arrivate 10 lettere, eppure abbiamo chiarito la questione del nome sbaglaito per telefono. Ma qualcuno ha lo stesso stampare, imbustare e spedire le lettere. Moltiplicate la cosa per milioni di volte e avrete un costo. Aggiungete una certa inefficenza degli sportelli pubblici e scoprirete che sia pubblico che privato sprecano soldi in cose che non sono cure e organizzazione. La spesa Usa è 5000 dollari più alta della media OCSE ed è la più alta al mondo. E ogni operazione di routine (appendicectomia, tonsille, bypass, parto cesareo) costa di più che altrove. Eppure l’aspettativa di vita negli Usa è più bassa. Già, perché l’altro aspetto di non avere un sistema sanitario è anche che invece della prevenzione, le assicurazioni preferiscono curarti. Salvo poi, fino alla riforma Obama, non assicurarti se sei troppo malato.

Dopo un’ora allo sportello 1 ti danno un numero, puoi andare al 5° piano, dove in una stanza molto più piccola, c’è un sacco di gente in fila. Dopo altri 20-30 minuti di attesa, l’impiegato guarda il file e spiega: il nome è troppo lungo, abbiamo un numero di caselle inferiore, dobbiamo cambiarlo. Anziché troncare la seconda parte del cognome, hanno inventao un nome troncando qui e la. Già, ma le assicurazioni non rimborsano se la ricevuta e la tessera non portano lo stesso nome. Un tipico corto circuito burocratico. Per poveri o per casi strani – e quasi assenti – come il nostro.

1 thought on “La burocrazie per poveri (uno sguardo da dentro al welfare Usa)

  1. Bella la definizione di White Trash. Il discorso della medicina difensiva mi risulta giochi un ruolo decisivo sul lievitare della tariffa: davanti ad una semplice faringo-tonsillite (tanto per dire), un medico praticone se la cava con una prescrizione di Augmentin e qualche raccomandazione generica. E di solito ci piglia. Ma se per caso il paziente c’ha un principio di polmonite e finisce in Ospedale, e lui non ha fatto tampone, Tac, ago aspirato e chissà cos’altro, in Americamci sono fior di avvocati pronti a fargli causa e metterlo fuori dai giochi. In Italia sta arrivando e non è un bene: quella medica è una professione in cui l’errore, se non derivante da totale imperizia, deve essere contemplato.

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