Un giorno con Occupy Sandy

Questo articolo doveva uscire su Pubblico, lo tenevamo in serbo per il periodo di Natale. Poi Pubblico ha chiuso. Riprendo a postare sul blog partendo da questo. E’ quasi l’articolo di allora, ma aggiornato qui e la. Ci sono dunque delle discrepanze: Jacobi ha chiuso, la logistica è cambiata e l’emergenza non è più quella. Il lavoro dei volontari in molte forme continua. C’è anche qualche foto, non un granché. Una versione diversa, in tedesco e più lunga qui

E’ mattina presto e davanti alla chiesa luterana di St. Jacobi sulla 4th avenue di Brooklyn c’è un gran andare e venire di auto e furgoni. Sono i volontari che rispondono all’appello di OccupySandy. La auto caricano ogni genere di bene di conforto. Sul marciapiede due ragazze con le ricetrasmittenti parlano con le cucine: “Ho bisogno di 400 pasti caldi a Neptune Avenue e di 200 alle Rockaways”. Le cucine sono nella chiesa di fronte coordinate da due persone che di lavoro fanno gli chef. Comandano come se la cucina fosse quella del loro ristorante. Ogni rifiuto nel secchione giusto. L’odore che sale dai fornelli è persino buono. In cima alle scale di Saint Jacobi un giovane con i capelli lunghi e l’aria sognante prende i nomi della gente e offre loro un rotolo di nastro adesivo e un pennarello: “tagliane un pezzetto e scrivi il tuo nome”. Il giovane viene dall’Ohio, è qui dai primi giorni e sembra non voler più partire. Gli chiedono se ha dove dormire. Risponde: “Si grazie, poi torno a casa per qualche giorno”. Sembra uno che ha trovato una ragione di vita. Anche un po’ troppo, come spesso capita agli americani.

Un uragano non finisce quando smette di piovere. E quelli di Occupy lo hanno capito in fretta. Per mesi hanno organizzato un campo e ora che la città dove il movimento è nato è stata colpita, l’idea è quella di raccogliere volontari e aiutare. “Non siamo la Croce Rossa però – spiega Kei – qui parliamo di mutuo aiuto, facciamo partecipare e vogliamo che anche le zone distrutte da Sandy non vengano inondate da ciò che non serve, ma aiutate a tornare meglio di quel che erano”. Kei dev’essere di origine indiana e ha l’aria di chi non ha smesso di pensare a spedire persone e aiuti per la città da giorni. Si gira spesso e ripete: “Stiamo organizzando il delirio” e magari ripete la stessa cosa due volte, al cronista, così come al volontario. “Hai una macchina anche tu? Ottimo, allora perché non vai a Coney island a portare acqua e altre cose che mi hanno chiesto?”. Mezz’ora dopo macchina carica e due volontarie si parte per Neptune Avenue, arteria misera resa più triste dal passaggio di Sandy.

La verità è che l’organizzazione funziona, OccupySandy è una macchina quasi perfetta con un po’ di  ripetizioni come quellei di Kei, le stesse che riscontri nei centri in cui si da aiuto da parte di organizzazioni più grandi. Come ha scritto un rapporto commissionato dal governatore Cuomo dopo Sandy, negli Usa non ci sono database e controlli centralizzati e di conseguenza, dopo che una catastrofe naturale colpisce è difficile coordinare più che altrove. Il rapporto raccomanda di avviare delle raccolte di dati, negli Usa le autorità quasi non sanno chi abita nelle case. Ma questa è un’altra storia, OccupySandy è partita con gli account Facebook e Twitter e continua a mesi dal disastro in forme meno emergenziali come l’aiuto casa per casa da parte di squadre di operai quasi specializzati e, in New Jersey, con conference call quotidiane e aperte a chiunque voglia dare una mano. Una delle idee brillanti della prima ora è stata quella di usare le liste di nozze online che si fanno su Amazon. Non puoi venire ad aiutare? Compra pannolini, scopettoni, disinfettante, coperte, torce elettriche e cucine da campeggio online e noi le distribuiremo. Così OccupySandy New Jersey ha raccolto 110mila dollari di materiale nei primi 20 giorni. Ma le donazioni sono soprattutto fatte di persona. A Jacobi, come la chiamano i volontari, arrivano singoli, furgoni, persino camion pieni di roba: “Oggi ho portato l’acqua, ieri mi hanno spedito indietro con un carico di vestiti. Non ne hanno più bisogno” scherza un camionista mentre aiuta a scaricare i cartoni. “In tutta la zona costiera della città  ci sono famiglie senza casa o con un tetto, ma senza riscaldamento e elettricità. Migliaia stanno ancora ripulendo il fango, sono zone che erano già malmesse” Markus ha l’accento tedesco, una cinquantina d’anni, l’aria rispettabile e qui fa il magazziniere. Come lui molti altri: a Jacobi la fauna è più variegata che non quella militante che dormiva a Liberty Park. Lo spirito: quello della comunità che si riunisce, del “people powered recovery” (ricostruzione dal basso, la chiameremmo noi). Nessuno viene mandato a casa.

Il seminterrato della chiesa è strapieno di casse. Due ragazze confezionano kit per l’igiene infilando in bustine di plastica trasparenti tubi di dentifricio, lamette, sapone, disinfettante. I volontari caricano le auto in partenza per uno degli avamposti dove convergono aiuti e volontari. E’ da questi che arrivano le richieste, il centralino le compila e le passa alle ragazze con le ricetrasmittenti, queste a loro volta coordinano volontari e auto in partenza. Volontari ne abbiamo contati un centinaio in tre ore di un giorno feriale, “il weekend siamo molti di più” spiega Kai, che non è il capo, ma di sicuro coordina più degli altri. Oltra a trasportare materiale e distribuirlo, spalano fango e quando lo sanno fare aggiustano e medicano. In New Jersey, da diverse zone, Philadelphia compresa, da settimane ci sono in giro squadre di edili, idraulici, elettricisti.

Al centro per gli aiuti di Coney Island c’è una fila che fa il giro del palazzo. Soprattutto afroamericani, ma non solo.  Si ritirano coperte, spazzoloni, si viene a chiedere un aiuto in casa. Come Rosy, portoricana accompagnata da due figli, uno tossico. “Ho bisogno di coperte, la notte ho freddo. E anche di qualcuno che venga a darmi una mano a buttare tutto quel che ho, non serve più a niente”. Il centro è un capannone a un piano circondato da una rete metallica. Qui arrivano i camion di tutte le organizzazioni di volontariato per Coney Island. Dal primo giorno quelli di Occupy fanno riunioni di coordinamento con tutti, FEMA e polizia di New York compresi. “Gli stessi poliziotti che mesi fa ci caricavano sui cellulari” ride Jeffrey, studente di Queens. Anche qui arrivano richieste: “Devo andare a trovare una coppia di anziani, lui non sta bene e non si possono muovere”, racconta Joey un infermiere volontario in maglietta a maniche corte, quasi che Sandy, oltre all’acqua, avesse portato il caldo.

Nelle strade vicino alla costa davanti alle case ci sono montagne di detriti, mobili, casse piene di suppellettili coperte di fango. Sulle staccionate restano appese carta, buste e detriti lasciati dalla piena del mare. In giro ci sono diverse carcasse di auto. In altre zone della città l’esondazione dei canali ha creato situazioni di pericolo: acqua probabilmente tossica finita chissà dove. La ricostruzione sarà lunga e lenta. Nei giorni scorsi la metro che collega le zone più colpite ha finalmente ripreso a funzionare. Per ora gratis. Quelli di Occupy continuano a lavorare in maniera incessante e si preparano al dopo. “A New Orleans hanno cacciato i neri da certi quartieri. Qui non c’è da speculare perché fa schifo, ma in generale bisognerà vigilare. E cominciare a chiedere che i palazzi abbiano pannelli solari. C’è molto lavoro ancora” spiega Leonide con un sorriso, poi torna alla sua ricetrasmittente: “Sono pronti i 400 pasti? Ho delle macchine pronte per partire”.

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