Come ha vinto Obama

Sono passati due giorni e mezzo dal voto. Obama si è commosso parlando ai volontari, ha ribadito le sue idee su ridimensionamento del deficit e necessità di investimenti spiegando che le elezioni le ha vinte lui. E il generale Petraeus si è dimesso da capo della CIA perché ha un’amante. Qui però parliamo di elezioni. Un post lungo e pieno di numeri. Una sola nota sul video delle lacrime e sul discorso della notte elettorale: a) Obama ha avuto paura di perdere ed era teso; b) il messaggio ai suoi volontari è quello di un personaggio politico che davvero sogna un’America diversa, lontana da quel che è oggi. Nei prossimi 4 anni farà ancora mille compromessi, ma le frasi ai volontari erano belle. Forse saranno 4 anni interessanti. Bello esserci ed aver seguito da qui la prima e la seconda elezione.

Lo sappiamo, la coalizione che lo elegge è composita e moderna, fatta della somma dei voti delle minoranze, di voti giovani e di donne. I dati generali li conosciamo: Obama ha perso tra i bianchi per un margine maggiore che non nel 2008 (59% a 41%), solo che i bianchi pesano meno nell’elettorato in generale: -2%, che è diventato +1% ispanico e +1% asiatico. Entrambi questi gruppi hanno votato Obama sopra il 70%, si parla molto degli ispanici, non sottovalutiamo gli asiatici, sono il 3%, diventeranno il 4-5% in fretta. E pesano perché occupano posti importanti. Le donne votano più degli uomini (53% totale) e preferiscono Obama al 55%. Lo stupro legittimo non ha aiutato Romney. E nemmeno la guerra ai diritti.

Una sorpresa è stata l’aumento della percentuale di giovani under-30 che ha votato. Di più negli Stati più importanti, dove il loro voto poteva significare la differenza tra sconfitta o vittoria: segno di una ground operation, come si chiama qui, coi fiocchi: gli Obamas sapevano dove investire e come parlare ai gruppi giusti. Ma avevano anche temi e un candidato ancora in grado di mobilitare. Altri due esempi locali di ground operation superlativa? In Florida i cubani e i portoricani (non i messicani, più democratici in genere) hanno votato democratico. La Florida, Cuba, Miami culle di certa retorica anti-castrista. Molte cose stanno cambiando, ai giovani di FIdel non interessa. In Colorado gli ispanici sono aumentati di poco, ma la percentuale di Obama è passata dal 61% al 75%. Meglio di tutti in Virginia: se prendiamo il titolo di studio come puto di riferimento, scopriamo che a votare Obama in maggioranza sono solo quelli con un post-graduate, un quarto dell’elettorato. Un gruppo cruciale che vive solo nelle contee a Nord e sulla costa. In quelle contee si è votato fino a tardi martedì scorso, c’erano lunghe file. E i post-graduate hanno votato Obama al 57% (+5 rispetto al 2008).

Come rappresenta la diversità il nuovo Congresso? Niente male, grazie. Se parliamo dei democratici. I repubblicani sono maschi e bianchi come il loro elettorato. Tra gli 80 nuovi eletti ci sono 19 nuove donne contro 4 repubblicane e 18 appartenenti a minoranze su un totale di 20. Tra questi anche diversi asiatici, la prima hindu eletta a Washington, la prima senatrice omosessuale, Tammy Duckworth la veterana mutilata di gambe nata a Bangkok da padre marine e madre Thai. Il New Hampshire manda a Washington una delegazione tutta femminile ed elegge nella sua assemblea legislativa Stacie Laughton all’incarico più alto mai conquistato da una persona trans-gender. Per tutte queste ragioni questo è il Congresso più diverso e femminile di sempre.
A proposito di giovani, social network e ground operation. La psicologia ha verificato che in media preferiamo far parte di un gruppo, non essere quelli che non ne fanno parte. Per far votare, quindi, il messaggio giusto non è: Vergogna, nemmeno stavolta hai votato, ma Votare è bello, lo facciamo in tanti e così decidiamo assieme (gli slogan stucchevoli sono i miei). Bene, il 22% degli elettori registrati hanno detto di aver votato su Facebook o su Twitter. Il 30% ha incoraggiato amici e parenti a farlo, indicando un candidato, il 20% a votare e basta. La campagna Obama regalava adesivi in cambio di un appello a votare. E’ evidente che se sezioniamo questo campione per generazioni, scopriremo che a condividere sono soprattutto i giovani. E questi votano Obama. Ovvero, far condividere aumenta il voto a Obama.

Altre due cose rapide:

i non votanti preferiscono Obama al 59%. Sono soprattutto bianchi (59%) e latinos (21%, percentuale molto più alta del voto ispanico quest’anno). Tra i bianchi ci sono sicuramente molti di sinistra: il 27% dei non elettori non è affiliated a una chiesa, percentuale molto più alta della media nazionale, presumibilmente almeno una parte sono di estrema sinistra. I neri che non votano sono meno dei neri che votano. Chiedetevi perché e rispondete senza nemmeno bisogno di pensare. Fatto sta che se la percentuale di elettori aumentasse, i voti a Obama aumenterebbero.

– I matrimoni gay sono uno dei temi cruciali su cui si è tenuto un refendum. Quattro voti, quattro vittorie. Il paese non è mai stato così poco contrario (40%). Tra le regioni dove i contrari sono la maggioranza c’è solo il Sud centrale (Texas, Oklahoma, Arkansas, Louisiana, Alabama, Kentucky, Mississippi). Sono gli Stati che votano repubblicano con maggioranze schiaccianti. Negli ultimi tre giorni si è aperta la guerra in casa repubblicana. Molti hanno detto che è ora di dire di si alla riforma dell’immigrazione – era ora ed era suicida non cominciare. In alcuni Stati la divisione tra pro-riforma e contrari sarà furibonda: in Arizona c’è una legge che fa schifo e lo sceriffo Arpaio è appena stato rieletto, in New Mexico la governatrice Martinez, beh, si chiama Martinez e per diventre una figura nazionale non può certo essere anti-immigrati messicani. Sui matrimoni gay l’altroieri la columnist conservatrice del Washington Post, Jennifer Rubin ha scritto: “Andiamo oltre, noi restiamo contrari ma non ci facciamo le crociate, ormai è andata”. Ecco due segnali che se il voto aumenta la diversità di ogni tipo la politica è costretta a inseguire. Persino quella retriva dei repubblicani.

PS. Di coalizioni e cose simili da queste parti si scrive da anni. Nel 2008 con Mattia Diletti e Mattia Toaldo abbiamo pubblicato Come cambia l’America. Di Mattia Diletti trovate un’analisi del voto qui. Di mio mi permetto di segnalare questo, appena pubblicato da Reset. Parla delle differenza tra repubblicani e democratici, come ciascuno ha provato a vincere.

 

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