Dagli al freelance

A volte ci si casca. Anzi, per colpa della velocità che consente il mezzo, ci si casca quasi sempre. Si legge una cosa, la si rilancia, commenta o ci si indispone nei confronti di un altro commento, analisi, presa in giro – che siamo nell’era nella quale in rete, più si è cinici e sarcastici e più si è stramaledettamente cool. A me è capitato con l‘articolo di Francesca Borri che ha scatenato l’inferno in rete – qui è tradotto in italiano su La Stampa. Brava, eroina, genio, siamo tutti con te, alé oh oh. Pietosa, lacrimevole, a lavorare…, che ci vai a fare sotto le bombe se non ti pagano? Chi sostiene commuovendosi e spellandosi le mani,  le ragioni della freelance che guadagna quattro soldi scrivendo da zone di guerra, viene ignorata dalla direzione del giornale per il quale scrive e si indigna perché le scene che osserva e prova a raccontare non fregano a nessuno. Chi ci spiega che il mercato dei media è in crisi e se non porti visite al sito o non fai aumentare le vendite, meriti i 70 euro a pezzo – Siam mica qui a informare gli italiani! C’è poi l’aspetto autobiografico che non va giù: il lamento piagniucoloso di chi si fa il mazzo e blah, blah che fa tanto deputato grillino che sventola la laurea in aula.

La verità sta sempre in mezzo. E come Follini, Casini e Monti quasi non si vede più. E in questo caso non importa troppo se Francesca Borri sia una che si piange addosso, abbia scritto un bel reportage di guerra o un pezzo lacrimevole da volontario di Emergency (con tutto l’enorme rispetto per il volontario, che di mestiere fa un’altra cosa). Dopo tre anni da freelance e due negli Stati Uniti qualche idea me la sono fatta. Anche se spesso scivolo nell’autocommiserazione. In fondo ho scelto di partire, ho preso dei rischi e provato a fare un lavoro che prima facevo da giornalista assunto a tempo indeterminato. Ma siccome c’è il mercato e mi hanno licenziato ho provato a continuare così. E’ andata molto bene e molto male. Molto bene: ho scritto quasi un pezzo al giorno, collaborato con testate italiane e non, parlato alla radio e in Tv. Molto male: non si sopravvive nemmeno scrivendo un pezzo al giorno. E si viene pagati con una media di sei mesi di ritardo. Pubblico, il giornale fondato e chiuso da Luca Telese credo mi debba 2mila euro. Che con ogni probabilità non vedrò mai. Come per le imprese che lavorano per lo Stato, le tasse, le bollette, l’affitto, i pannolini non aspettano la lentezza delle amministrazioni delle società editoriali. Non fare questo lavoro allora! Giusto, ci sto quasi rinunciando. Resta che a fare questo lavoro da dipendenti c’è una massa di gente che costa alle società editoriali delle cifre senza senso.

Un po’ di polemiche si sono appuntate sul tema freelance. C’è un equivoco. A volte i freelance non sono tali. Sono giornalisti con la speranza di trovare un contratto (a volte succede, l’ho visto con questi occhi), ex giornalisti dipendenti, giovani che vorrebbero e che si indignano per la povertà in un posto X, il razzismo in un post Y, i palestinesi, i Sem Terra, gli iracheni, le vittime del bieco imperialismo Usa… A volte questo li porta a spingersi in posti interessanti e raccontare delle cose. Raramente fare il freelance, se si è bravi nelle relazioni, capaci, si sceglie il posto giusto, è sostenibile economicamente. Polemizzare con chi accetta 70 (50) euro è però sbagliato. Quelle tariffe sono basse, troppo basse. Un giornalista dipendente che costa 5mila lorde al mese (è una stima molto al ribasso) dovrebbe scrivere 71 articoli per guadagnarsi lo stipendio – 2,4 al giorno. Si d’accordo, c’è la macchina. Ma non la fanno tutti. L’articolo viene pubblicato – credo – dalla Columbia Journalism Review proprio per queste caratteristiche. Perché sul mercato dei freelance americano o europeo questo modo di usare i giornalisti indipendenti è impensabile. Usatene meno, scegliete i migliori, comprate solo storie speciali invece di far fare il lavoro quotidiano. E poi pagateli molto. Così avviene altrove. Così si ottengono interviste esclusive, scoop, inchieste, reportage lavorati come si deve. E così si eliminerebbe quel sottobosco di wanna be giornalisti che si illudono di vendere articoli perché valgono – e non perché costano poco e riempiono spazi.

Poi c’è l’aspetto informazione. Sui giornali e sui siti italiani manca. Non ci sono le notizie internazionali. Sarà snob, ma ho come l’impressione che darne sarebbe utile a capire qualcosa del mondo e di cosa gli stia capitando. Svecchierebbe il nostro dibattito politico…blah, blah, blah. In rete, invece, mi pare prevalere la chiacchiera cool, l’analisi del semi-nulla e l’autoreferenzialità – come del resto prova questo post. Sei figo, sei meglio te, sei un poveraccio, grandissimo. Il forum grillino solo che più cool.

PS Queste, come potrebbe essere altrimenti, sono osservazioni di un freelance frustrato.

PPS rispondere alle mail dei freelance sconosciuti che ti propongono una cosa fa parte del lavoro di chi sta in redazione. Si viene pagati tanto anche perché toccano delle corvèe spiacevoli. Quando ero caposervizio lo facevo. Anche per spiegare loro che il mio editore non li avrebbe mai pagati.

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Le due Americhe delle donne che lavorano

Ai giardini pubblici al mattino è pieno di bambini. I più piccoli, quelli che non vanno ancora a scuola. Poche mamme, molte baby sitter. Almeno in una città come Jersey City, a dieci minuti di metropolitana da Manhattan. Quasi tutte afroamericane o ispaniche. Qualche indiana. Rarissime dell’Est europeo per madri russe o polacche. E’ un lavoro fatto esclusivamente da donne ed è l’esempio perfetto per questo post. Un rapporto del Pew nanny-services-800x800Research Centre che ha analizzato i dati del censimento 2010 rivela che le famiglie con figli sotto i 18 anni con un solo reddito o con il reddito primario proveniente dal componente donna sono il 40% del totale. Un record, nel 1961 erano l’11%. Il Pew scopre che in realtà si tratta di due gruppi ben separati: le donne sposate che lavorano e guadagnano bene, le single mothers che guadagnano meno. Del primo gruppo fanno parte 5,1 milioni di persone, del secondo 8,6. Il reddito medio delle prima è più alto di quello delle famiglie con figli e quasi 4 volte quello delle single mothers. Queste sono in media più giovani, più afroamericane o ispaniche e meno scolarizzate. lavorano in media nei servizi. Il rapporto indaga anche sull’opinione relativa alle single mothers degli americani in genere. Meno interessante, forse. Torniamo ai giardinetti. Jersey City è collegata a mid town, zona di grattacieli di uffici e al distretto finanziario intorno a Wall street e molte famiglie decidono di vivere qui perché è vicino a Manhattan ma meno rumoroso e incasinato. Le donne che lavorano e fanno carriera in quei grattacieli si infilano nella metro alle 8 del mattino. E le single mothers (per carità, non solo loro) accudiscono i loro figli mentre lasciano la prole a casa magari con la nonna.

Obama, i droni, Guantanamo. Cosa cambia?

guantanamo-cp-5050381Il presidente Obama sta cominciando il suo discorso sulla sicurezza nazionale. Sarà una specie di discorso di inizio secondo mandato nel quale delinea le linee guida e risponde su alcuni grandi temi che sono anche le sue zone oscure o promesse non mantenute. Segnatamente, i droni e la mancata chiusura di Guantanamo. I problemi da affrontare sono di natura politica, di diritto nazionale e internazionale, morali, strategici. Una conference call con alcuni dei responsabili dell’elaborazione delle politiche tenuta a due ore dal discorso ci aiuta a capire. Un primo fatto: sono mesi che gli esperti lavorano alle nuove policies. C’è un lavoro serio in risposta a diverse preoccupazioni montanti. Prendiamo i temi uno a uno.

I voli dei droni

Il numero di voli è diminuito per due ragioni. Quella militare strategica è relativa alal guerra in Af-Pak. Meno militari impegnati al fronte significa meno necessità di coprirli e proteggerli dal cielo. Ergo meno attacchi di droni. Inoltre, ripetono da mesi dall’amministrazione, il nucleo di al-Qaeda è decimato e i droni servono a colpire la rete terroristica. Anche in quel caso, quindi, un argomento per usarne meno. Quando usarli? Obama annuncia una policy che prevede più passaggi prima di colpire, più cautela e più verifiche. Ad oggi era praticamente lui a decidere. Inoltre la responsabilità passerà dalla CIA al Pentagono. Ovvero operazioni militari e non dei servizi segreti. Più controlli, quindi. Il passaggio ai militari significa ridimensionare il super ruolo avuto dalla CIA nella guerra al terrore globale a partire da Bush in poi – e per certi aspetti ampliato dal passaggio di Petraues dall’esercito alla guida dei servizi. Sul tema, dicono a Brookings Institution, ci sarà grande attenzione da parte dei nuovi leader pakistani. I droni sono “il” tema scottante delle relazioni difficili tra i due Paesi.

Guantanamo

Obama ribadisce l’intenzione di chiuderla. Serve che il Congresso torni a rendere meno difficile trasferire alcuni prigionieri in Yemen (quelli di nazionalità yemenita) e individui un luogo in America dove poter fare istituire una corte speciale di quelle che devono fare i processi a questi ibridi nemici combattenti – ovvero prigionieri di guerra che non combattono per un esercito straniero e non sono militari, la trovata della guerra globale al terrorismo per tenere gente a Guantanamo sotto un ombrello giuridico. A Guantanamo ci sono ancora 166 persone, al momento in sciopero della fame. Alcune non possono essere processate, altre si sa che sono più o meno innocue, altre vanno processate e condannate. Ma con strumenti giuridici consoni. La prigione costa, è un obbrobrio giuridico, un enorme strumento di propaganda per chi professa il terrorismo e un motivo di indignazione per molti nel mondo islamico. Va chiusa, Obama vorrebbe chiuderla me deve trovare gli strumenit per farlo. Il COngresso dovrebbe dargli una mano. Questo chiede il presidente.Magari sapendo che troverà un ostacolo nei repubblicani. In quel caso potrà accusarli di non aver fatto nulla. E siccome la chiusura di Guantanamo la chiede la sinistra, l’argomento potrebbe anche essere recepito almeno da una parte della società Usa.

In generale: Obama ribadirà che i droni si usano perché sono meno dannosi e letali della guerra vera. Tra colpire per sbaglio civili con un attacco e un bombardamento a tappeto, meglio la prima cosa. La guerra al terrore globale non è più un issue: i pericoli sono gli stessi e si combattono in varie forme, ci sono i singoli nel Paese, l’estremismo casalingo, le milizie regionali che combattono guerre locali e così via. Attacchi ce ne sono stati sempre e morti americani anche, non abbiamo fatto sempre guerra mondiale al terrore. Ma la guerra vera e propria – i droni – servono a combattere una rete terroristica specifica, quella ad al Qaeda. Il resto si fa con intellgience, monitorando i pericoli e indagando. E migliorando l’immagine, togliendo l’acqua all’ideologia dei terroristi. Il presidente si riserva comunque il diritto di colpire ovunque e comunque non ci sia un’entità statale che collabora (o che non sia in grado di farlo). Questo è un tema controverso: si dice che non si useranno i droni se non in alcune occasioni, ma ci si lasciano le mani abbastanza libere. Di certo l’uso sarà ridimensionato. Obama fa riferimento anche alla libertà di stampa: i reporter non vanno perseguiti, nemmeno se rivelano segreti di Stato. Questa è una difesa dalle accuse di essere il più duro di sempre nel perseguire le fughe di notizie confidenziali relative alla sicurezza. Infine, questo è un discorso importante. A differenza che su altre questioni, qui Obama ha abbastanza potere per poter decidere da solo quali politiche adottare. Quello di oggi è un discorso che delinea la sua visione. Gli attacchi di Boston, quello di Woolwich e il permanere di un sentimento diffuso che vede nell’America il male da combattere con ogni mezzo ci ricorda che di politiche intellgienti c’è bisogno. Se queste lo siano è un altro discorso.

PS questo è scritto prima di sentire il discorso e senza aver letto le critiche dei super esperti. Se ci saranno cose interessanti da aggiungere ci si tornerà sopra.

Il sindaco di Jersey City e le political machines

A Jersey City si vota per il sindaco. E’ uno spettacolo a modo suo divertente. JC è una città di 300mila abitanti che di fatto è un quartiere di New York – salvo che gli snob newyorchesi DOC non passano mai l’Hudson e si sentono superiori, pur essendo più o meno come quelli del New Jersey tutti figli di irlandesi, ebrei, italiani, polacchi e così via. Dopo decenni di decadenza industriale la città ha conosciuto uno sviluppo prodigioso dopo l’11 settembre. Le tasse basse dello Stato hanno infatti indotto grandi banche a spostare qui i quartier generali colpiti dal crollo delle Torri. Nuovi grattaceli, nuova popolazione, caffé, ristoranti e toilette per cani. Questo nella parte downtown, più vecchia, vicina a NY e affacciata sul fiume. Uno stop con la crisi e ora la ripresa. Negli altri quartieri resta per ora tutto com’è: italiani ex operai che non hanno lasciato la città per i più tranquilli suburbs, afroamericani, latinos, indiani. La città è perfettamente divisa in quarti o quasi: 30% bianchi, 27 neri, 25 asiatici, 23 latinos. E’ quel che qui si chiama un centro vibrante nel downtown (che non ha granché di vibrante, ma le case costano care, i ristoranti e caffé spuntano come funghi.

La sfida per il sindaco sembra essere quella tra il downtown e il resto della città. Da una parte il sindaco uscente, Jerremaiah Haley, una faccia da scemo, colpito da qualche scandalo, con in mano la political machine locale (democratica, i repubblicani non ci sono). Dall’altra il giovane sfidante David Fulop, ex consigliere comunale che promette pulizia e rinnovamento. Da mesi la città è piena di tabelloni: Haley vende l’endorsment di Obama – al quale avrà prestato la machine per la campagna elettorale – Fullop il suo faccino pulito. I volontari in giro sono chiaramente pagati: quelli di Haley sono neri e sfigati, vanno in giro con i loro volantini, li lasciano nelle biche delle lettere. Il loro è quasi un welfare job. Quelli di Fulop sembrano più esperti di politica, magari c’è anche qualcuno che ci crede. Davanti alle case dei nuovi abitanti, che probabilmente nella parte alta della città non ci hanno mai messo piede, gli adesivi di Fulop. Non sanno che lassù c’è un mondo, un quartiere nero e poverissimo, disoccupati, case abbandonate, negozi One dollar. I vecchi abitanti stanno con Haley, la normalità. La vecchia politica del New Jersey, corrotta tanto quella di New York, che usa la leva della spesa per generare consenso: appalti, concessioni edilizie per nuovi condomini di lusso date senza criterio e welfare. Dall’altra non si sa bene cosa. Più pulizia, probabilmente, ma anche il rischio di una ripulitura della città che spedirebbe i suoi abitanti chissà dove e chissà come. Un classico americano. Oggi si vota, la partecipazione è sempre molto bassa. Questo favorisce le political machines. Certo, Fulop pure deve averne una.

Non solo nozze gay: maggioranza per legalizzazione Marijuana

Ci sono stati anni un cui i repubblicani hanno vinto le elezioni cavalcando le battagli etico morali e le paure della gente. Immigrazione, aborto, matrimoni tra persone dello stesso sesso. Dal 2012 in poi forse potremo dire che il Grand Old Party le elezioni le perde proprio perché ha un’idea di società superata. L’esempio di oggi è quello per cui il Pew Research Centre ci segnala che per la prima volta la maggioranza degli americani è favorevole alla legalizzazione della marijuana. Ormai siamo in una fase storica in cui anche gli over qualche cosa hanno fumato in gioventù e sanno, più o meno, che le droghe leggere non sono il diavolo. Altri, poi, stanno approfittando delle leggi che consentono l’uso terapeutico e la loro vita di malati è migliorata (niente anti-dolorifici dannosi). Oggi il 48% degli intervistati dal Pew dice di aver fumato una volta nella vita. Il 12% dice di averlo fatto nell’ultimo anno. Su questo tema, come su limitazione della possibilità di usare armi e aumento dei controlli per chi le compra i democratici e gli indipendenti la pensano in maniera simile, mentre i repubblicani tendono a essere più conservatori. Lo stesso dicasi per i matrimoni tra persone dello stesso sesso. L’unica generazione a essere in maggioranza contraria è quella degli over 65. La stessa che vota repubblicano. La pubblica opinione sta lentamente cambiando, man mano che la generazione degli anni 60 invecchia. Non vuol dire che sarà così per sempre, ma certo, i repubblicani hanno un problema. Mentre la società Usa si appresta a cambiare abitudini. Gli Sttai che hanno legalizzato la marijuana sono già tre – in due casi attraverso dei referendum popolari approvati lo scorso novembre, nel giorno delle elezioni – mentre quelli che consentono i matrimoni gay sono undici.

M5S: V sta per Vendetta

guy_fawkesGuy Fawkes era un militare cattolico che voleva far saltare in aria la Camera dei Comuni morto nel 1606. Una volta l’anno i bambini britannici se ne vanno in giro chiedendo un “penny for the guy”, un soldino per costruire un fantoccio e farlo saltare in aria. Un bel rito trucido per bambini pestiferi. V per Vendetta invece è un fumetto degli anni 80 e 90 in cui V, vittima di un esperimento sugli umani da parte di scienziati al soldo di una dittatura fascistoide impiantata in Gran Bretagna si vendica del suo destino in maniera solitaria. Le sua armi la tecnologia e gli esplosivi. Come Guy Fawkes, di cui usa una maschera. Si, la sapete già: è la maschera di Occupy Wall Street e usata ormai in ogni manifestazione. Siamo tutti, non siamo nessuno. Proprio come la finanza, che comanda e non ha faccia. Bene. Che c’entra con l’Italia? E’ banale e stupido, ma in Italia il M5S ha di fatto occupato il posto di indignados, Occupy e primavere arabe. Con buona pace di quelli che amano auto-definirsi movimenti dall’antiG8 di Genova 2001 in poi. Con tutti i guai del caso. Se gli indignados e OWS avevano in forme diverse come oggetto il potere finanziario e le banche, se le primavere il tema era (ed è) la democrazia, in Italia la madre di tutti i guai è la casta. La democrazia e la redistribuzione sono un fattore secondario. Se non come parole d’ordine. E qui veniamo alla V di vendetta. Ciò a cui stiamo assistendo per adesso sembra davvero solo la vendetta degli italiani contro la casta, i cattivi che hanno tutte le colpe dei nostri mali, quelli nuovi, quelli vecchi. Bersani ha appena pagato pegno: grande vittoria, uno di meno, fora dai bal, gridava qualcuno che guidava una forza politica rivoluzinaria qualche anno fa. E poi? Nessuna idea di governo, nessuna spinta al domani – che pure c’è in teoria nelle parole d’ordine del M5S – quel che conta è demolire, sfogarsi e far saltare in aria il palazzo. Così è apparsa la diretta del colloquio Bersani-M5S. “Sono 20 anni che dite queste cose”, falso, non le avevano dette mai, non avevano il coraggio, ora l’hanno trovat. Oppure oggi, si legiferi senza governo, bene, ma che si fa con i regolamenti attuativi e quali leggi, votate da chi e scritte come? Il tema sembra non avere importanza, il tema è rimescolare, alzare il tiro, buttarla in caciara, si dice a Roma. Quel che viene dopo non frega niente. Oggi volemo er sangue. Domani si vedrà. In fondo chissenefrega, se le cose andranno male troveremo qualcuno con cui prendercela. Altrimenti, troveremo qualcuno da mettere su un piedistallo. Ci piace fare così. Poi, 20 anni dopo, a un certo punto, potremmo anche vendicarci.

Nozze gay al comune di New York e il matrimonio al latte scremato della Corte Suprema

i-3066e55500934b411d04404a24182b6c-gay_marriage_01La Corte Suprema Usa dibatte di cosa sia il matrimonio e di chi e come debba regolare i diritti che e doveri che lo accompagnano. E a New York ci si sposa tra persone dello stesso sesso. I giudici discutono – e daranno un parere vincolante – del DOMA, una legge votata negli anni di Clinton dalla quasi totalità dei senatori che definisce il matrimonio come l’unione tra uomo e donna. Ma andiamo con ordine e raccontiamo una mattina alla sala matrimoni di Manhattan. Qui si sposano tutti: filippini, indiani, giovani russe con attempati americani, stranieri che lo fanno per il gusto di sposarsi qui. E poi coppie dello stesso sesso. Giovani o vecchie. Nuove e navigate. Tutto è rapido e burocratico. C’è gente agghindata con grandi famiglie al seguito e ci sono coppie accomagnate da un solo testimone. Tra gli omosessuali vedi le facce più emozionate. Una coppia over50 è vestita a festa, lui grasso e un po’ kitsch con colpi di sole e l’altro, più sobrio, magro e serioso. Entrambi portano una cravatta viola. E’ un giorno importante e il più giovane è visibilmente emozionato. Non se lo aspettava mica che un giorno si sarebbe sposato. Uno dei due si avvicina a mia figlia di tre mesi e ci scherza un po’, non è di New York, ma è qui “perché finalmente possiamo sposarci. Non siamo più così giovani” (vuol dire: “se ci succede qualcosa, almeno saremo una famiglia”, proprio di questo che si è discusso alla Corte Suprema). Anche una coppia di lesbiche afroamericane malmesse sono qui per fare le carte. Una terza coppia di giovani gay è meno presa e più allegra. E’ nata che della possibilità di sposarsi già si parlava. Non gli sembra una rivoluzione, eppure lo è eccome.Ai filippini che si sposano subito dopo – e ce n’è pochi religiosi come i filippini – non frega niente di chi si sposa, sono contenti e basta. Alla peggio, un paio ridacchiano tra loro.

Ma torniamo alla rivoluzione. E’ cominciata poco tempo fa nel 2000 in Vermont, con il governatore Howard Dean che non avrebbe mai firmato una legge sul matrimonio ma firmò quella sulle unioni civili. L’assemblea doveva fare una legge perché la Corte Suprema dello Stato aveva stabilito che definire il matrimonio come l’unione tra un maschio e una femmina era discrminatorio. Si dovette approvare così la prima legge del genere. Da allora si è arrivati al matrimonio in 9 Stati. Passando per crociate, referendum a favore e contro, predicatori che parlano del diavolo e abominio e così via.

A differenza che in Italia negli Usa è facile sposarsi ed è facile divorziare. Ma questo non vuol dire che la famiglia non sia importante. E’ solo concepita in maniera diversa. Ed è anche per questo che la discussione sul matrimonio tra persone dello stesso sesso – esclusi gli estremisti religiosi, che pure sono molti e hanno molti soldi – è seria. Alla Corte si dibatte su come si possano separare i diritti delle coppie sposate negli Stati dove il matrimonio è consentito dai diritti federali. “E’ come se il matrimonio pieno di un tipo fosse quello per gli eterosessuali  mentre le coppie dello stesso sesso che sono sposate avessero un altro matrimonio: quello al latte scremato (dai diritti)” ha detto la giudice Ginsberg, l’ala sinistra della Corte. Le domande del giudice Anthony Kennedy, IL voto cruciale, perché è la figura più al centro della Corte e si è schierato da un lato e dall’altro, lasciano pensare che questi ritenga che i diritti federali siano connessi a quelli statali e che, dunque, sia sua opinione che lo Sttao federale non dovrebbe togliere ciò che gli Stati hanno dato. Come funziona la COrte? Ecco audio e trascrizioni del dibattimento di ieri.

Sappiamo già di cosa si discute perché la Corte ha deciso di diffondere l’audio dell’audizione. Segno che ritiene il tema importante. In fondo, quali diritti delle minoranze e come è una delle questioni cruciali che riguardano la democrazia (ecco un tema che riguarda il Movimento 5 Stelle e tutta la nostra politica: cosa significhi convivere assieme ad altri, diversi da noi). Faremmo bene a imparare almeno questa lezione: dei grandi temi che riguardano i diritti e alcune scelte etiche e sociali si discute, si approfondisce, si cerca di capire che implicazioni abbiano. E non si fanno crociate utili a chierare schieramenti che si guardano in cagnesco. La destra conservatrice Usa ci ha provato e per ora sembra aver perso: se nel 2000 facevano la guerra alle Unioni civili del Vermont, oggi dicono, “no al matrimonio, che quello è sacro, ma facciamo le unioni civili”.

I giudici e il matrimonio gay

GAY MARRIAGE OPPONENT HOLDS SIGN IN PROTEST OUTSIDE STATEHOUSEUn biglietto per assistere all’udienza sulle nozze gay della Corte Suprema che si apre oggi costa fino a 5mila dollari. Non perché davvero sia necessario farne uno, ma perché per avere un posto nell’aula bisogna fare giorni di fila e le organizzazioni per i diritti degli omosessuali hanno pagato qualcuno per andare a occuparli dopo aver passato ore e ore ad aspettare – ieri nevicava. La Corte comincia oggi le audizioni – a porte aperte ma senza telecamere – su un tema che è stato oggetto di crociate conservatrici e battaglie delle organizzazioni per i diritti per anni. E lo fa ascoltando due appelli contro leggi che i conservatori hanno fatto approvare a livello nazionale e in California. Il Defense of Marriage Act è del ’96 e stabilisce che il matrimonio è tra un uomo e una donna. La proposition 8 in California, invece è un referendum approvato in questi anni in cui si vieta alle persone dello stesso sesso di sposarsi – contraddicendo una legge approvata dallo Stato. La Corte non deciderà se il matrimonio tra persone dello stesso sesso è legale o meno. Ci sono leggi in diversi Stati e su quello i giudici non possono pronunciarsi, ma piuttosto se definire il matrimonio in un certo modo a livello federale non violi i diritti acquisiti di alcune persone – le coppie sposate negli Stati dove si può. Ad esempio togliendo i benefici di legge a una coppia sposata se questa si trasferisce dal Maryland, dove il matrimonio è legale, all’Oklahoma. Oggi il matrimonio è legale in 10 Stati – più due dove è stato legale e poi abolito, creando un disastro giuridico come in California. Altrove non c’è o è addirittura bandito attraverso emendamenti alle costituzioni degli Stati. Ogni scenario è aperto: la Corte potrebbe decidere di fare in modo che i benefici di legge non vengano negati (una questione di diritti acquisiti, diciamo) e di fare in modo di colpire l’istituto del matrimonio in quanto tale. Oppure stabilire di prendere atto di ciò che è una realtà della società americana contemporanea. Il tema in fondo è: definire i diritti della persona in base alla propria sessualità o no? Anni fa una sentenza della Corte sentenziò che non si poteva e non si doveva, perché si tratta comunque di discriminazione. Vedremo: la Corte è divisa a metà, e almeno tre giudici sono molto conservatori in materia etico-morale. Resta il fatto che gli americani, che nel 2004 regalarono la vittoria a Bush in alcuni stati cruciali proprio sui temi delle cosiddette guerre culturali (aborto, matrimonio gay e così via) ogig la pensano in maniera diversa. A livello nazionale la maggioranza pensa che il matrimonio tra persone dello stesso sesso sia una cosa da approvare. E persino in Ohio, lo Stato che fece appunto vincere Bush nel 2004 grazie a un referendum sul tema piazzato abilmente il giorno delle elezioni per portare gli evangelici in massa alle urne, il 54% è favorevole a cambiare l’emendamento costituzionale che vieta il matrimonio gay. A prescindere da quel che la Corte deciderà, insomma, la strada sembra segnata: il 33% degli americani ha cambiato opinione negli ultimi anni. Le leggi e le coppie non hanno aperto le porte dell’inferno e la società è migliore di prima, non peggiore. Sta ai giudici decidere se complicare la vita ad alcune centinaia di migliaia di persone e dare forza al movimento pro diritti, oppure se mettere in qualche modo la parola fine al tema. I repubblicani più svegli hanno capito che continuando a fare crociate su temi come questo non torneranno alla Casa Bianca: nei sondaggi il loro elettorato è contrario di poco, ma gli indipendenti sono favorevoli. Obama ha capito l’importanza del tema e dopo aver nicchiato per anni, durante l’ultima campagna elettorale ha scelto di sostenere la battaglia degli omosessuali. Guadagnandoci in consenso e donazioni. Il mondo cambia velocemente. A volte in meglio.

Diseguaglianze, invalidi e altre storie

o01_58590925Il tema è semplice: la diseguaglianza. Negli Stati Uniti se ne parla da quattro anni a questa parte. Da quando cioé è scoppiata la crisi dei mutui subprime. Da quando il tema è diventato centrale abbiamo finalmente cominciato a capire che non si tratta di una novità causata dalla crisi. Ci sono le serie di dati sui salari e altre misurazioni di vario ordine e grado. L’ultima è quella del Brookings institution (Rising Inequality, Transitory or permanent?) e aggiunge alcune cose. Un’indagine sulle dichiarazione delle tasse di 20 anni mostra che la diseguaglianza è infatti permanente e non oscilla con l’economia. Certo, le crisi aiuteranno pure, ma a guardare i numeri la novità sta nel fatto che c’è una curva dei redditi da lavoro (soprattutto degli uomini, perché le donne dal ’79 a oggi hanno conquistato posizioni) che cala in maniera costante. Mentre i ricchi diventano più ricchi. Il tema è importante perché segnala che chi diventa povero (o meno benestante) ci rimane. Non si tratta di formarsi, adeguarsi, cambiare lavoro. C’è un segmento della popolazione i cui redditi dipendono dal lavoro e basta che è diventato più povero ed è rimasto tale per il resto della vita.Il che significa meno soldi per gli studi dei figli, peggior qualità della vita, meno sicurezze. Lo studio spiega anche che la progressività del sistema fiscale aiuta ad attenuare le diseguaglianze che altrimenti sarebbero molto più grandi. Il paper è l’ennesima prova della necessità di produrre lavoro buono e ben retribuito. Negli Usa, come in Italia e in altri Paesi d’Europa, la crescita occupazionale tende infatti a essere legata a settori che non pagano bene (servizi alla persona, sanità, costruzioni, ristorazione, pulizie, call-center, etc.).

A questo proposito, ieri su NPR, la radio pubblica americana, mandavano un reportage di Chana Joffe-Walt lungo e di enorme interesse (qui lo ascoltate, lo trovate trascritto, con foto, piccoli video). Negli Stati Uniti aumentano i disabili e coloro che richiedono la pensione di invalidità. La curva delle domande mostra che questa cresce al crescere della disoccupazione. Il reportage si occupa di tutti gli aspetti diversi, dall’industria dell’invalidità (avvocati, ecc.) ai bisogni veri. La giornalista ha visitato le contee dove ci sono più domande. Diminuisce il numero di persone che ricevono i benefit per ragioni come l’infarto e aumentano quelli con il mal di schiena. “Anche io ho mal di schiena e il mio capo ha l’ernia. Ma non ci sogneremmo di chiedere la pensione” dice. Già, ma nelle contee dove le domande sono molte non c’è lavoro non manuale. Nella Hale County, ad esempio, c’è una fabbrica che lavora il pesce. E basta. Guardando gli annunci si tratta di lavori nei fast-food, nel facchinaggio, trasporto e, appunto, da operai. E chi ha mal di schiena non ce la fa. La giornalista chiede a una donna: “Che lavoro ti piacerebbe fare?”. “La impiegata della pensione di invalidità”. Come mai? Perché sta seduta. Chiacchierando si scopre che quell’impiegata è l’unica persona con lavoro da ufficio con cui la donna ha mai avuto a che fare. E quello le viene in mente come il massimo del massimo. La pensione di invalidità, in aree in cui chiudono le fabbriche o c’è solo McJob diventa insomma il paracadute per i poveri o gli ex lavoratori. Come in Italia ma senza clientelismo, truffe e voto di scambio. Un medico che fa le visite nella Hale County spiega: “Quando i visito chiedo anche che scuole hanno fatto. Se non sono andati oltre la primary (otto anni) e hanno guai fisici non troveranno mai lavoro da queste parti”. Il servizio aiuta a capire meglio cosa ci sta raccontando Brookings. Più povertà senza mobilità verso l’alto – senza neppure lo spazio perché sia possibile salire i gradini – comporta anche più dipendenza dal welfare e dagli altri. Pagare il giusto è quindi anche una misura contro il deficit. Spiegatelo a Monti o al prossimo che riuscirà a guidare un governo in Italia.

M5S e la democrazia diretta. Svizzera, California o che?

99849072-32560446Le complicazioni del sistema istituzionale italiano sono eccessive. Questo è un fatto. Il bicameralismo perfetto voluto dai costituenti è il frutto di una scelta legata alla necessità di non dare troppo potere a nessuno all’indomani di una guerra e 20 anni di dittatura. Oggi, lo dicono tutti, bisognerebbe cambiare e semplificare. Tra le proposte del M5S c’è quella dell’introduzione del referendum propositivo (online). Come per molte altre voci del programma si tratta di una proposta di una riga, senza specifica. In California c’è un istituto referendario molto liberale e partecipato, anche in Svizzera. Vediamo un po’ di che si tratta.

La Svizzera ha ripreso alcuni elementi del proprio ordinamento dalla più vecchia costituzione vigente, quella americana, che è costruita sull’ossessione dei check and balance, dell’equilibrio dei poteri e dei controlli. Presidente, Congresso, Stati, potere giudiziario e strumenti di democrazia diretta – i referendum, il decadimento degli eletti attraverso un voto popolare. La Svizzera aveva però un suo antico sistema assembleare che integrò nella costituzione federale, da qui i referendum propositivi. Come spiegava la cancelliera federale Casanova nel 2011 a The Economist in uno speciale sulla California, prima che il referendum venga sottoposto al voto si tratta, si propongono leggi che si occupino della materia, si cerca di evitarlo attraverso dialogo e compromesso (l’M5S lo chiamerebbe inciucio?). Un referendum, poi, non può confliggere con altra legislazione esistente. Non solo, Casanova aggiunge che il loro è un Paese nel quale la mediazione fa parte della cultura politica della maggior parte delle forze politiche. In Italia non è così.

In California l’istituto del referendum diretto è stato introdotto dai progressisti (mutuandolo dalla Svizzera) per contrastare il potere della Southern Pacific, compagnia ferroviaria che faceva il bello e cattivo tempo in una zona del Paese ancora vergine e spopolata. Il referendum in quello che oggi è il più popoloso e ricco Stato dell’Unione può emendare la costituzione statale, introdurre leggi in contraddizione tra loro, fare modifiche di bilancio e al sistema fiscale, legiferare su qualsiasi cosa. Le assemblee degli eletti non possono modificare leggi introdotte attraverso il referendum. Il massimo della democrazia diretta ma anche un disastro giuridico e non solo che ha preso la sua forma peggiore nel 1978 – due anni prima di Reagan, ex governatore locale e durante il governo di Jerry Brown, che oggi i californiani hanno rieletto. Nel ’78 si è deciso con la proposition 13 di modificare la costituzione introducendo un tetto massimo di tassazione sulla proprietà e richiedendo i due terzi dell’assemblea per aumentare le tasse. La California da allora è costantemente sull’orlo del baratro di bilancio. Che vuol dire? Che siccome il governatore non può introdurre tasse deve tagliare. La scuola, i servizi, lavori pubblici. Facendo così decadere la qualità della vita o comunque togliendo al governo importanti strumenti di intervento.

Tutto questo per dire che? Che a volte le proposte apparentemente democratiche complicano la democrazia. Che per avanzare delle proposte di cambiamento occorre pensare a come farlo e non ululare proclami alla luna. Che la democrazia è un sistema complesso e non totalmente orizzontale. E che in Italia forse l’idea di introdurre il referendum propositivo senza dire come, su cosa e attraverso quali processi, è una sciocchezza. Oppure per dire che il M5S dovrebbe dare particolari, spiegare come si fanno le cose. Come quando si chiede un governo bisogna anche indicare chi si vuole come premier, quando si dice di voler rivoluzionare un sistema democratico (imperfetto e da cambiare) bisogna dire in che direzione. Non ci vuole una settimana e non si fa a suon di videomessaggi. (sull’uso del web, poi, ci sarebbe da scrivere altrettanto, ma lasciamo stare)